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Aggiornamento del 29.03.2021

Non possiamo assuefarci al blocco del lockdown, non possiamo accettare di restare indifferenti quando sulla Rotta Balcanica la situazione non cessa di essere critica per le persone migranti.

Abbiamo concluso la nostra comunicazione nella scorsa newsletter e l’intensissimo incontro del 23 febbraio con la parola Azione… ed è quindi ora di muoversi!

Raccolta vestiti primaverili-estivi e altri beni necessari

Una delle attività di OpetBosna è portare in Bosnia vestiti e altri beni necessari alle persone migranti bloccate alla frontiera con la UE. Li raccogliamo qui da noi e li consegniamo con viaggi diretti al magazzino che No Name Kitchen (l’associazione con cui da tempo collaboriamo) mantiene a Maljevac in Croazia, la località più prossima a Velika Kladusa, l’ultima cittadina bosniaca della Rotta Balcanica.

I vestiti raccolti sono poi distribuiti direttamente da NNK a chi abita negli squat o nelle tende, in base alle loro esigenze.

Con l’inizio della primavera servono vestiti primaverili-estivi e altri beni di prima necessità, secondo la lista che pubblichiamo qui sotto.

A causa delle misure anti-covid abbiamo dovuto finora posticipare le date di raccolta, ma ad aprile prevediamo di poterle finalmente avviare: abbiamo già fissato alcune date, eccole:

Alla Cascina Fanzago di Lodi venerdì 9 aprile ore 17-19 e sabato 10 aprile ore 10-12

All’Arci Ombriano di Crema sabato 10, 17 e 24 aprile ore 9-12

Ringraziamo sin d’ora le associazioni che ospitano e promuovono queste raccolte e tutte le persone che vorranno contribuire.

Dopo mesi OpetBosna torna in Bosnia.

Il nostro volontario Mirko ha realizzato un viaggio itinerante di due settimane dal 22 febbraio al 5 marzo tornando, finalmente, in Bosnia dopo mesi di blocco dovuto al Covid-19.

Ha toccato molte località per riprendere i contatti con tutte le persone che prestano la loro opera volontaria in aiuto alle persone migranti: ha incontrato associazioni e singoli cittadini attivi, ha raccolto le testimonianze da ragazzi migranti di varie provenienze, in attesa di tentare il Game o bloccati da tempo sulla Rotta, ha collaborato a varie azioni sul campo e portato aiuti in diversi contesti.

I suoi resoconti ci permettono di avere uno sguardo diretto della situazione, ma soprattutto ci avvicinano ai volti, ai nomi, alle storie con un’intensità che è impossibile trasferire appieno con efficacia in questo spazio. Proviamo comunque a offrirne una sintesi.

Durante il primo giorno, Mirko è con No Name Kitchen, prima a Malievac, al magazzino, e poi a Velika Kladuša.

Mirko ha dato una mano alle volontarie presenti a preparare i pacchi con i vestiti da distribuire e nelle consegne a chi ne fa richiesta tramite la linea di contatto. Due-tre consegne a settimana, raggiungendo circa mille persone, di cui buona parte negli squat.

La situazione a Velika Kladuša (VK) è cambiata in questi mesi. I ragazzi migranti in città sono pochi. Diversi locali prima attivi hanno chiuso a causa del lockdown. I migranti sono negli squat fuori dall’abitato oppure sono andati via. Alcuni spostati a Sarajevo, a Tuzla, a Zenica, altri verso la Serbia.

C’è anche una tendopoli nella foresta quella che attraversa chi parte per il Game. I tentativi di passare la frontiera proseguono anche se è ancor più arduo, un maggior numero di poliziotti croati a perlustrare i percorsi.

In città Mirko ha potuto parlare con Zehida, una maestra elementare che volontariamente porta aiuto a diverse persone e riceve sostegno anche dall’Italia, dall’associazione Ospiti in Arrivo di Udine, sempre i primi ad accogliere Mirko quando rientra in Italia. Zehida ha una brutta storia da raccontare: tempo fa è stata aggredita e minacciata da esponenti della destra locale; li ha denunciati e la polizia le ha proposto di scortarla al lavoro o di farla andare all’estero. Ha rifiutato e continuerà nella sua opera di volontariato con la stessa tenacia.

Nel suo itinerario Mirko ritrova anche ragazzi migranti già incontrati in viaggi precedenti. Una delle testimonianze più significative l’abbiamo riportata “a caldo” il 27 febbraio in questo post https://www.facebook.com/OpetBosna/posts/253563196362103

Nei giorni successivi il viaggio procede verso sud e si susseguono gli incontri con volontari e singoli cittadini solidali. Si ferma a Bihać, Lipa, Sarajevo, Zenica, Tuzla e poi torna verso Velika Kladuša.

I racconti confermano, in generale, una minor presenza di migranti rispetto al passato, o comunque meno visibile. A Bihać si spiega con la maggiore tensione nei rapporti con gli abitanti, con fenomeni di razzismo o di insofferenza: ci sono un migliaio di persone fuori dai campi e tendopoli a sud dell’abitato, come riferisce Silvia Maraone, coordinatrice di IPSIA che Mirko ha incontrato a Bihać.

Le tensioni continue non facilitano il lavoro dei volontari. Alcuni migranti si sono rifugiati in stabili abbandonati – come la fabbrica Krajna Metal, dove Mirko accompagna una volontaria musulmana per la distribuzione di pacchi alimentari. La polizia qui realizza gli sgomberi e i ragazzi tornano a occupare, ma temono di essere di nuovo mandati via e riportati a Lipa.

Nei pressi delle tende rimaste al campo di Lipa è tornato un altro amico cittadino bosniaco, un “gigante buono”, la sua famiglia è di lì. Sta formando un’associazione. Mirko lo incontra insieme a numerosi volontari di un’associazione svizzera venuti a dare una mano per cucinare e distribuire i pasti ai migranti della tendopoli. I volontari stranieri non possono essere ufficializzati, è considerato illegale, occorrono carte di autorizzazione che richiedono molto tempo. Ma la rete di aiuti internazionale si muove lo stesso.

Spostandosi a Sarajevo, Mirko incontra un ragazzo tunisino che ha tentato decine di volte il Game e ora sta progettando di raggiungere la Serbia e vuole provare a entrare dalla parte ungherese per raggiungere la Germania. Risiede nel campo di Ilidza, il campo più grande in Bosnia. Riferisce di circa 1000 persone ospitate, ma erano molte di più prima. Molti si sono mossi verso Bihać per riprendere i tentativi del Game con l’avvio della primavera. A Sarajevo e dintorni i migranti sono più tollerati dalla popolazione locale rispetto al Cantone Una-Sana, possono frequentare i bar senza incontrare problemi.

Negli altri passaggi del suo viaggio, Mirko ha incontrato altri volontari, singoli e associazioni: tutti sono impegnati nel distribuire beni di prima necessità, non solo cibo anche power banks o cellulari. Sono tutti interventi che contribuiscono ad alleviare un poco le situazioni di estrema precarietà, specialmente per chi vive negli squat. Qui uno dei problemi più gravi è l’igiene, una delle malattie più diffuse è la scabbia – ci segnala Mirko – e i medicinali per combatterla scarseggiano o non si trovano del tutto.

C’è chi si occupa anche di fornire supporto psicologico ai migranti – come testimonia la volontaria di Compass 071, associazione attiva a Sarajevo – o di tutelare i loro diritti, con particolare attenzione ai minori non accompagnati o alle famiglie, come riferito dalle due attiviste incontrate a Tuzla, dove sono aperte due case che danno protezione a famiglie, donne, bambini, minori, ospitando fino a 120 persone. Qui porta aiuti anche l’associazione Medunarodni Forum Solidrasnosti , un altro incontro del nostro Mirko.

Da tutto questo, capiamo che la rete solidale in Bosnia-Erzegovina è viva e articolata, spesso per la volontà e il costante impegno di singole persone, che hanno scelto di non essere complici dell’ingiustizia verso i profughi, di aprirsi alla via dell’accoglienza, di difendere i diritti umani. Consideriamo tutte queste persone con stima, amicizia e solidarietà e – ancor più dopo aver raccolto le loro testimonianze attraverso i dettagliati resoconti del viaggio – sentiamo forte la responsabilità di continuare a mobilitarci per realizzare azioni concrete e dare voce ai loro quotidiani sforzi.

Le storie di personale sofferenza di chi percorre le rotte di migrazione sono tutte terribili, ma alcune raggiungono livelli di inenarrabile gravità. Siano esse sulla Rotta Balcanica o su altre frontiere, meritano che la nostra voce si alzi ancor di più per farle uscire dall’ombra, per chiedere dignità e rispetto dei diritti. Chiediamo quindi di appoggiare questa petizione per l’evacuazione immediata di Alì, un ragazzo di 17 anni malato di un tumore alla gola e bloccato nell’ìnferno della Libia, http://chng.it/M8dzqhZ7YZ

A presto!

Per contattarci opet.bosna@casaperlapacemilano.it

Ulteriori informazioni sui siti www.opetbosna.it e https://www.casaperlapacemilano.it/oltre-confine/opetbosna/ e su facebook https://www.facebook.com/OpetBosna

Per sostenere le nostre iniziative, si può donare mediante Bonifico intestato a Casa per la pace Milano APS IBAN: IT58C0359901899050188553432 (conto dedicato ai progetti di OpetBosna)